
Lasciamoci travolgere, il cibo gourmet ci salverà
<<Nessun amore è più sincero dell’amore per il cibo>> scriveva George Bernard Shaw in un’epoca in cui all’atto del mangiare non venivano dati altri significati se non quelli del nutrirsi e del godere. Un tempo relativamente vicino che però sembra lontanissimo oggi, che quegli stessi alimenti – un tempo solo sinonimi di se stessi – vengono caricati di dubbi, sospetti, aspettative.
Viviamo nell’epoca del junk food ma anche del light, della bilancia da cucina, del gluten-free, delle salse a zero calorie, del pasto in barretta, dell’all-you-can-eat, della prova costume, delle calorie sul menù, dei biscotti industriali in offerta e del senso di colpa in scatola.
In un delirio schizofrenico di tentazioni e divieti, quello che un tempo era un piacere è diventato un lavoro. <<Siamo arrivati a un punto davvero triste dove stiamo trasformando il cibo in un nemico oltre a qualcosa di cui aver paura>> dice lo chef britannico Jamie Oliver e tocca un nervo scoperto, quello della perdita della spontaneità verso il cibo, che diventa perdita di sensualità, di quella componente libidica che trasforma un semplice alimento in soddisfazione per i cinque sensi.
E così facciamo lo slalom tra carboidrati e calorie, ci ossessioniamo dietro al salutismo più estremo oppure ci abbuffiamo di cibo pieno di grassi e zuccheri per poi sentirci in colpa e metterci a dieta.
E se parlare di disturbi alimentari globali è magari un’esagerazione, di certo abbiamo tutti – chi più, chi meno – un’alimentazione disturbata, in cui le interferenze tolgono slancio, equilibrio e piacere a quella che rimane una componente essenziale della nostra vita. In questo quadro poco rassicurante, il cibo gourmet – quello dei grandi e piccoli chef che popolano i nostri ristoranti – potrebbe essere il vero antidoto alla malattia in cui abbiamo trasformato l’atto del nutrirci. Porzioni contenute, in cui ogni alimento – di cui non conosciamo calorie e macronutrienti – viene trattato con cura ed esaltato nel sapore e nei colori, ecco che un pasto può tornare ad essere una vera esplosione dei sensi, un nutrimento per l’anima oltre che per il corpo. In un’epoca di solitudini e rituali social, l’esperienza stessa della condivisione al ristorante è già di per sé una forma di cura, a maggior ragione se associata a cibo curato, atteso, immaginato, seducente. Il piacere diventa allora anche quello dell’attesa, come si attende una persona che si fa desiderare e quello con le portate diventa un amplesso che non evoca più la meccanicità della pornografia di certi fast food ma piuttosto l’avvolgente abbandono dell’erotismo più raffinato. Ritrovare l’istinto – ecco il segreto – ma per poterlo fare abbiamo bisogno di essere accompagnati e guidati da chi ne sa più di noi. Lasciamoci travolgere, il cibo gourmet ci salverà.